Vagavo senza meta lungo gli antichi sentieri, dove un tempo riposavano le impronte bruciate dal sole di una giovinezza spensierata. Queste strade di terra rossa, screpolate nella stagione secca e fangose in quella delle piogge, un tempo erano tutto il nostro mondo , un luogo dove potevamo reclinare la testa all'indietro per raccogliere la pioggia, correre a torso nudo, incuranti del fango e della sabbia che ci si appiccicavano addosso. Restavo seduto per ore, scarabocchiando per terra con bastoncini di bambù, disegnando sogni ingenui che non sapevo nominare, per poi ridacchiare tra me e me quando vedevo che stava per piovere. I miei amici di quei tempi – Phong, il birichino; Huong, il piagnucolone; Ty, lo scoiattolo dalla pelle scura ma arguto – ora si sono dispersi in diverse direzioni. Con alcuni mantengo ancora i contatti, mentre altri sono completamente svaniti dalla mia memoria. Solo io rimango, camminando lungo questi sentieri familiari, ormai sbiaditi, portando con me frammenti di ricordi che non ho mai avuto la possibilità di esprimere a parole. C'è una certa sensazione, così silenziosa, così pura, come il mormorio di un ruscello sotterraneo: un'emozione che solo chi è cresciuto nella campagna baciata dal sole può comprendere. In questa stagione soleggiata, non sono più il ragazzo che ero un tempo. Le mie spalle sono appesantite dalle preoccupazioni, i miei passi non sono più spensierati, ma stranamente, in mezzo a questo sole dorato e tranquillo della mia terra natale, qualcosa dentro di me si risveglia, un vago, fragile fremito, come il frinire delle cicale tra le fronde degli alberi, una sensazione che solo il sole della mia città natale può risvegliare.
Sulle risaie aride, i bambini ancora giocavano e si divertivano, i loro piedini minuscoli impressi sulla terra screpolata come innocenti punti esclamativi dell'infanzia. Le loro risate chiare e melodiose echeggiavano alla luce del sole, come un vago richiamo dal passato, un richiamo dai giorni in cui anch'io ero bambina, correvo per i campi secchi, inseguivo le libellule, mi aggrappavo a ogni istante dell'estate. Ricordo mia nonna, la sua figura esile seduta sulla piccola veranda, che si sventolava con un vecchio ventaglio di foglie di palma. Nel caldo soffocante di mezzogiorno, la sua voce era ferma mentre raccontava storie di Tam Cam e dell'albero della carambola, dolce come una brezza di mezzogiorno. Ricordo mia madre, la donna laboriosa con i capelli ordinatamente raccolti, che rammendava vestiti sui gradini piastrellati, ago e filo che si muovevano velocemente. Gocce di sudore le punteggiavano la fronte, fondendosi con la luce dorata del sole, cadendo sull'orlo del vestito che stava cucendo. I suoi occhi allora erano così dolci, eppure riflettevano anche tanta preoccupazione: uno sguardo che ho imparato a comprendere solo molto più tardi. Ricordo la teiera di terracotta scheggiata in cui mia madre preparava il tè verde ogni pomeriggio. L'aroma del tè non era intenso, ma era sufficiente a penetrare nel mio cuore come una dolce abitudine. Il profumo del fumo serale della cucina si aggrappava leggermente ai capelli di mia madre, all'orlo del mio vestito, a ogni brezza che soffiava attraverso la siepe... Era il profumo di casa, il profumo di pace che non avrei mai più potuto ritrovare, non importa dove andassi, se non qui, nei miei semplici e tranquilli ricordi.
Quest'anno, la stagione soleggiata ha improvvisamente risvegliato nel mio cuore un senso più profondo e toccante del silenzioso scorrere del tempo. Il sole della mia terra natale non solo asciuga i tetti di paglia, i cortili di mattoni e i panni stesi ad asciugare, ma fa riaffiorare ricordi che credevo di aver dimenticato. Il profumo del sole si mescola alla fragranza della terra secca, all'odore persistente della paglia del raccolto precedente: tutto si fonde in una semplice sinfonia rustica, una melodia che solo chi ha vissuto quelle stagioni passate può davvero comprendere.
Vedo le crepe nella terra che si muovono, risvegliando estati a lungo sopite nella mia memoria. Seduta sotto il vecchio albero di banyan ai margini del villaggio, allungo una mano per catturare un raggio di sole che filtra tra le foglie. Questo albero di banyan era un mondo intero di infanzia per me e Tham, la mia vicina dagli occhi scuri e dalla risata limpida come il frinire delle cicale di mezzogiorno. Ci sedevamo qui, condividendo sacchetti di prugne candite e gareggiando a contare i frutti caduti. Un giorno, quando improvvisamente piovve, ci rannicchiammo insieme sotto la folta chioma e Tham sussurrò: "Vorrei che un giorno, quando saremo grandi, potessimo ancora sederci qui così". Ricordo quel desiderio distintamente, ma Tham e la sua famiglia si trasferirono via in una lontana estate. L'albero di banyan è ancora qui, le sue foglie ancora verdi, a offrire ombra come un tempo, solo che noi due non ci sediamo più insieme.
Il sole mi faceva strizzare gli occhi, ma in quella luce abbagliante ho rivisto il sorriso della mia infanzia. Un piccolo, sereno sorriso in mezzo al trambusto della stagione soleggiata.
Linh Chau
Fonte: https://baolongan.vn/xon-xao-mua-nang-a198117.html







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