Ci sono cose che impariamo non dalle pagine dei libri, ma dagli occhi gentili e dalle voci dolci dei nostri insegnanti. Sono lezioni di compassione, pazienza e persino su come essere una brava persona. Da piccolo, pensavo che gli insegnanti fossero solo persone che ci insegnavano a leggere e scrivere. Più tardi, crescendo, ho capito che ci insegnavano a vivere, ad amare e a condividere.
Ricorderò per sempre la mia insegnante di classe di seconda media, una donna esile dalla voce dolce e calda. Diceva spesso: "La cosa più preziosa non è essere migliori degli altri, ma essere migliori oggi di quanto lo si fosse ieri". Le sue semplici parole mi hanno accompagnato per tutti gli anni della mia formazione. Nei momenti di difficoltà, ripensavo al suo sguardo gentile, come a ricordarmi: non arrenderti, fai solo un piccolo passo avanti e domani sarà diverso. Poi c'era il mio insegnante di letteratura, che aveva l'abitudine di rimanere in silenzio a lungo prima di iniziare la sua lezione. Diceva: "La letteratura non serve solo a conoscere, ma anche a sentire". Mi ha insegnato ad ascoltare, a guardare la vita con occhi pieni di compassione. Dai suoi scritti ho capito che dietro ogni parola si celava un sentimento sincero. E forse è da quell'esperienza che ho imparato ad amare la letteratura, ad amare le piccole, semplici cose della vita.
Allora, ogni volta che arrivava il 20 novembre, piegavamo con entusiasmo biglietti d'auguri fatti a mano, scrivendo con cura: "Auguriamo ai nostri insegnanti tanta felicità e salute". L'insegnante riceveva il biglietto, sorrideva dolcemente, con gli occhi che brillavano di gioia. Noi, invece, speravamo solo in una pacca sulla testa e un semplice complimento: "Siete tutti dei bravi bambini". Questi doni semplici e senza pretese erano pieni d'amore. Ripensandoci ora, mi rendo conto di quanto fossero preziosi quei momenti innocenti.
Il tempo è passato, il vecchio edificio scolastico è sbiadito, ma il suono del gesso risuona ancora regolarmente ogni giorno. Gli insegnanti sono ancora lì, in silenzio, a seminare semi di conoscenza dalla cattedra. Non si aspettano nulla in cambio, sperano solo che ogni studente cresca e diventi una brava persona. Generazioni si sono succedute, lasciando dietro di sé figure silenziose che continuano a vegliare sui loro studenti, come un fuoco che arde nella lunga notte.
Ci sono stati momenti in cui, involontariamente, ho dimenticato quegli anni. Tra la frenesia del lavoro, la corsa della vita, a volte dimentichiamo che un tempo avevamo insegnanti che si prendevano cura di noi con tutto il cuore. Ma poi, ogni novembre, solo sentendo la campanella della scuola suonare nel vento, il mio cuore si intenerisce, riempiendosi di nostalgia. Mi sembra di essere tornato ai miei giorni di scuola, a vedere il mio insegnante affacciato alla finestra, a vederlo lavorare diligentemente alle sue lezioni. Alcuni dicono che insegnare significhi "nutrire le persone". Ma io credo che gli insegnanti significhino anche "seminare amore". Seminano fede e speranza negli occhi dei loro studenti. Ci insegnano non solo formule o teoremi, ma anche come amare l'umanità e apprezzare la vita.
Novembre è di nuovo arrivato. Sulla lavagna sbocciano ancora una volta fiori di gratitudine. Ho scritto in silenzio "Benvenuti alla Giornata degli Insegnanti Vietnamiti, 20 novembre", con la mano tremante. In quell'istante, ho sentito il vento frusciare attraverso la finestra e ho immaginato le voci dei miei insegnanti di un tempo che sussurravano da qualche parte: "Studenti, vivete bene le vostre vite".
E so che, non importa quanto tempo passi, quelle lezioni d'amore rimarranno, silenziosamente ma profondamente radicate, nei cuori di ogni persona.
Tuong Lai
Fonte: https://baodongnai.com.vn/van-hoa/202511/nhung-bai-hoc-yeu-thuong-3610e31/








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