
La resilienza del mercato questa volta ha una spiegazione precisa. Con l'impennata dei prezzi del petrolio, la Cina ha ridotto le importazioni. Questa decisione ha agito come una valvola di sfogo per l'intero sistema. Le raffinerie cinesi hanno ridotto la produzione o si sono rivolte alle riserve interne e il conseguente calo delle importazioni ha facilitato l'accesso alle forniture per altri paesi asiatici, alleviando così la pressione sui prezzi globali. Gli operatori stimano che la Cina abbia ridotto le importazioni di petrolio di circa 5 milioni di barili al giorno lo scorso maggio, una cifra equivalente a quasi la metà del deficit di offerta globale causato dalla chiusura dello stretto.
Ciò che attualmente frena il mercato non è una nuova offerta o la risoluzione di un conflitto, bensì un prelievo senza precedenti dalle riserve e dalle riserve di emergenza. Negli Stati Uniti, i dati settimanali mostrano un calo continuo. In Europa, la situazione è ancora più nebulosa a causa della mancanza di informazioni pubblicamente disponibili. Gli Stati Uniti stanno esportando carburante e petrolio greggio verso l'Europa e l'Asia a livelli record, mentre le riserve interne sono scese ai minimi storici degli ultimi vent'anni.
Nel marzo 2026, 32 membri dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE), un'organizzazione che riunisce le principali nazioni consumatrici di petrolio, si sono impegnati a rilasciare 400 milioni di barili dalle riserve statali, il più grande prelievo coordinato nella storia dell'AIE. Quasi la metà di tale quantitativo è già stata immessa sul mercato, a un ritmo record di 2,5-3 milioni di barili al giorno. Tuttavia, il ritmo di rilascio potrebbe rallentare bruscamente nelle prossime settimane. Questo sarà determinante per stabilire se il mercato petrolifero riuscirà a rimanere stabile quest'estate.

L'attuale resilienza del mercato petrolifero è dovuta al "prestito", non alla forza interna, poiché le economie consumano risorse future per far fronte alle pressioni attuali. Gli esperti del settore non nascondono le loro preoccupazioni. Neil Chapman, vicepresidente di ExxonMobil, ha avvertito che i livelli delle scorte si stanno avvicinando a soglie "senza precedenti" e che, una volta raggiunte, i prezzi saliranno alle stelle. Si tratta di un avvertimento da parte di un addetto ai lavori, che riflette una realtà confermata quotidianamente dai dati di mercato.
Il mercato si trova inoltre ad affrontare un altro rischio strutturale: la limitazione delle importazioni da parte della Cina, un fattore che temporaneamente impedisce che l'equilibrio si alteri, ma che potrebbe invertirsi in qualsiasi momento. Se la Cina riprendesse ad acquistare petrolio mentre lo Stretto di Hormuz rimane chiuso e la domanda globale estiva è al suo picco, l'offerta disponibile si ridurrebbe molto rapidamente. Questo scenario non è ipotetico, ma una conseguenza prevedibile di un sistema che opera sulla base delle riserve.
La vera domanda non è se la pressione aumenterà, ma per quanto tempo lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso. "Se si trattasse solo di altre due settimane, potremmo evitare lo scenario peggiore: una recessione globale. Se si trattasse di tre mesi, dubito che riusciremmo a evitarlo". Questa è la valutazione di Frédéric Lasserre, responsabile dell'analisi di mercato presso Gunvor. Il divario tra l'evitare una recessione generalizzata e una situazione di stallo è di poche settimane: un margine troppo esiguo per essere rassicurante.

Il mercato petrolifero non è crollato, ma si regge su basi che persino gli operatori del settore riconoscono essere insostenibili. Per le economie in via di sviluppo, comprese quelle asiatiche, questo è il momento di monitorare attentamente gli sviluppi, diversificare le fonti di approvvigionamento e rafforzare le riserve strategiche, anziché puntare su una stabilità che rappresenta solo un rinvio ordinato di una crisi in corso.
Fonte: https://baotintuc.vn/kinh-te/thi-truong-dau-mo-dang-di-vay-thoi-gian-20260613093820892.htm







